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"In un film bisogna togliere quello che è ragionevole”: Xavier Giannoli ci racconta L’apparizione

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"In un film bisogna togliere quello che è ragionevole”: Xavier Giannoli ci racconta L’apparizione

Un giornalista di guerra, sconvolto dalle terribili visioni a cui il suo lavoro l’ha costretto, con un lutto ancora vivo, alle prese con un’indagine sull’apparizione della Vergine a una giovane novizia. Una storia così particolare da dover essere vera, come spesso accade alle vicende raccontate nei suoi film dal regista francese Xavier Giannoli: che siano piccoli criminali senza un soldo, ma con una certa buona fede, come il François Cluzet che costruisce un’improbabile autostrada in piena campagna in À l’origine, o la cantante stonata Florence Foster Jenkins in Marguerite

Questa volta racconta dell’indagine di una commissione d’inchiesta canonica che coinvolge lo scettico Vincent Lindon ne L’apparizione, in uscita nelle sale italiane. Abbiamo incontrato Giannoli a Parigi, in occasione dei Rendez-Vous del cinema francese.

“Cerco in ogni film storie originali, ne ho bisogno, che sia un uomo che costruisce un’autostrada nel nulla o una cantante che non sa cantare, o in questo caso una persona che indaga su un’apparizione. Ci sono così tanti film o serie tv che dedicare due anni a qualcosa ne deve valere la pena, come in questo caso. La storia è incredibile, l’ho letta su un giornale in cui si raccontava di un’inchiesta canonica, occasione in cui un vescovo riunisce delle persone, per esempio un medico, un ecclesiastico, magari un giornalista o chi vuole, non è precisato. Domanda a questa commissione di fare un’indagine poliziesca, molto concreta, su un fatto soprannaturale. È tutto molto preciso, codificato e segreto. Ci sono delle domande da porre e dei testimoni da interrogare, per far luce su una menzogna o su qualcosa di più torbido e interessante. Questo confronto fra uno scettico, interpretato dal giornalista Vincent Lindon, e una giovane che afferma di aver vissuto un’apparizione della Vergine Maria, corrispondeva a un dialogo che volevo affrontare, ad altezza d’uomo, senza prendere in giro nessuno né idolatria. In cosa possiamo ancora credere oggi?”

È un thriller?

C’è una tensione nell’indagine, del resto io amo i film inchiesta, non so se possa essere definito un thriller. Scrivendo vedevo dei film di Pakula o Zodiac di Fincher. L’idea di seguire un’inchiesta mi sembrava un punto di partenza molto dinamico e cinematografico.

È anche una riflessione sul fanatismo nella religione?

Non sono un teologo, né un intellettuale. Il protagonista si reca nel luogo dell’apparizione, pone delle domande e indaga, ma andando a Fatima sono rimasto molto colpito da un uomo che portava sulla schiena il figlio piccolo. Chi ha il diritto di prenderlo in giro? Ho un figlio di 12 anni, se quest’uomo ha avuto la speranza di credere in una guarigione, che viene dalla fede o magari dall’idolatria, cosa dovremmo rimproverargli? Si incontrano persone calme, in pellegrinaggio, e dei pazzi furiosi, come in qualsiasi impresa umana. Ho incontrato dei comunisti problematici e sinceri e degli imbecilli staliniani, delle persone di destra che credono in valori morali e gollisti e degli estremisti di estrema destra. Non bisogna dimenticare che la fede, e la Chiesa, sono questioni umane e quindi vulnerabili alle derive fanatiche o settarie. Nei tempi che viviamo la questione religiosa pone subito quella dei fanatismi, in termini politici e geopolitici. Un obiettivo del mio film è di riappropriarci della fede rendendola un elemento intimo, fragile, un dubbio umano essenziale al quale non si può dare una risposta riduttiva. Il mio personaggio scopre la bellezza di questa ricerca. La prima frase che ho scritto del film, non so più dove l’ho letta, è: ‘tavolta la fede viaggia in incognito’.

Il Vaticano ha collaborato?

No, degli ecclesiastici sì, ma il Vaticano no. Sono stato in contatto con dei teologi a cui sottomettevo quello che scoprivo, mi interessa cercare tracce di bellezza in un personaggio, oltre che di purezza. Florence Foster Jenkins, il mio truffatore che costruisce un’autostrada, Galatea nel film che nella Francia di oggi dice di aver avuto una visione della vergine; hanno in comune una forma di purezza. Sono spaventato dalla violenza e la bestialità del mondo moderno, scandalizzato che si lancino delle campagne twitter contro Catherine Deneuve, che si lincino mediaticamente le persone, sono furioso che qualcuno musulmano possa essere sospettato di essere un fanatico. Sono terrorizzato dal dibattito basato sulla caricatura e l’umiliazione. È importante il rispetto della sacralità umana, della fragilità e delle sfumature. Tutti i miei personaggi incarnano una forma d’innocenza di fronte alla corruzione del mondo. Mi sforzo di porre il mio sguardo sulla persona umana che accetta le sue contraddizioni. Sono tutte persone a loro modo idealiste, con la speranza che qualcosa di diverso sia possibile. Poi hanno qualcosa di molto cinematografico che si avvicina alla follia: penso che in un film bisogna togliere tutto quello che è ragionevole.

Parlando di religione e fanatismo, intorno a questa storia ruotano una serie di tragedie, come la guerra con la sua tremenda modernità.

Mi interessava un protagonista giornalista, in particolare di guerra: è una figura della modernità, col compito di riportare testimonianze o immagini che permettono ai lettori di farsi la propria opinione. Nel film c’è un personaggio che sostiene come uno dei peccati dell’uomo moderno sia il rifiuto dell’invisibile. Mi interessava far incontrare questa esigenza moderna di prove con i limiti di un’indagine su chi non ha bisogno di immagini o di prove, avendo la fede. Una delle risposte al fanatismo è una fede libera, frutto di una scelta. Se un canale all news avesse ripreso la resurrezione di Cristo, non ci sarebbe più la fede. 

Lavorare a questa storia l’ha portata a porsi domande sulla religione?

Non potrei vivere senza pormi domande sulla fede, ma non riesco a credere. Quello che ho scoperto facendo il film è che mi sento molto lontano dall’istituzione cattolica, ma qualcosa del messaggio cristiano è bello e necessario. C’è una bella frase di Maria Teresa che dice, ‘anche se Dio non esistesse farei la stessa cosa’.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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